mercoledì 4 marzo 2009

Breve introspezione

Eccomi di nuovo sulle righe di questo mio blog, dopo quasi due settimane di silenzio.
Sono stato in trasferta, per lavoro, in un cantiere nel sud-Italia. Sveglia alle 7 del mattino e lavoro fino alle 19-19.30, con pausa pranzo. Mi è andata bene, perchè c'erano da fare solo alcuni rilievi su delle installazioni industriali ed i ritmi erano quindi "blandi". Quando il cantiere è a pieno regime, la sveglia è alle 5.45-6.00, ci si deve presentare in baracca per le 7.00, al massimo, ed a volte si resta dentro fin'oltre le 20.
Tutto sommato però mi piace, dico sul serio. Ho fatto otto mesi a ritmi di questo tipo, a Liverpool, ma la solidarietà e la fratellanza nata e formatasi con gli altri miei colleghi, nella medesima situazione, è stata qualche cosa di profondo, un'esperienza da provare. Ciononostante, non sono e non mi reputo un cantierista, non lo farei mai per tutta la mia vita lavorativa e professionale. Di tanto in tanto, spezza però la monotonia dell'ufficio, e poi in cantiere, sul campo, si vedono cose e maturano esperienza che davanti al computer uno non si sognerebbe nemmeno.
Ad ogni modo lunedì sono rientrato in ufficio, e ad oggi non sono mai uscito prima delle 19.
Inizio ad essere stanco.
Non tanto per il lavoro in sè, ci può stare di fare "le ore piccole" in ufficio se c'è da lavorare, quanto per il fatto che, una volta fuori, alla sera, non ci sia più forza (fisica o mentale) per fare altro. L'unica prospettiva è il lavoro. Terminata la giornata si torna a casa, ci si cucina qualche cosa, si guarda magari un film oppure si va direttamente a letto per alzarsi la mattina successiva e tornare in ufficio.
Che vita è? voglio dire, per lo meno in cantiere uno parte preparato, lo sa. Inoltre, per lo meno nel mio caso, il cantiere termina. I periodi in ufficio sono di gran lunga più duraturi. Ma se anche l'ufficio diventa un cantiere, come orari? senza una vita al di fuori? l'alienazione toglie il fiato.
Inoltre a questo si aggiunge un altro pensiero: la crisi. Montata, pompata all'estremo, con gente che resta a casa in cassa integrazione, con fabbriche ed aziende che chiudono i battenti, con ivari mercati (auto, alimentare, vestiario, ecc), che sono al collasso, e nessuno che abbia l'onestà intellettuale e morale di ammettere che, forse forse, il sistema costruito negli ultimi cento anni ha miseramente fallito.
Dalla seconda metà dell'Ottocento abbiamo consumato più risorse che nei precedenti milioni di anni. Ci siamo abituati a stanrdad alti, troppo alti, e a dare per scontate cose che non lo sono (e non lo dovrebbero essere) affatto.
Eppure, l'unica soluzione che sembra arrivare, per lo meno da nostro Governo, è quella di pompare ancora, di consumare, di spingere ancora di più questo sistema di sviluppo.

Saluti

4 commenti:

pia ha detto...

Bravo, è proprio così.
Il fallimento di un sistema.
Moravia prima di morire disse: "Il comunismo ha perso, ma il capitalismo non ha vinto" e quella frase fu per me una pietra migliare. Ci vuole tanta umiltà per affrontare questa crisi e non l'arroganza di chi ci comanda e ci istiga a continuare alla droga del consumismo.
La mia tesi richiama la gente alla terra: forse è sbagliato, ma territorialmente andrebbe capito che cosa si può recuperare di ciò che 50-60 anni fa è stato abbandonato dopo secoli per inseguire questo progresso imploso.
E siamo pure impediti alla vita, che si riduce ad una dittatua del lavoro e basta.
A me non manca nulla, ma dentro di me soffro questo non-esistere, questa alienazione soffocante.
Mi sento confusa, persa e incapace di tirare fuori sane e buone risorse.
Siamo ridotti male, molto male.
Ciao Andrea.

amatamari ha detto...

Sottoscrivo parola per parola.
Il rischio che si corre, a meno di non svolgere professioni che sono l'espressione del proprio essere, è di perdere se stessi, il senso della vita, la bellezza.

andreacamporese ha detto...

Interventi profondi per un tema pesante e difficile. Penso varrebbe la pena svilupparlo con un altro intervento.
Grazie

progvolution ha detto...

nonostante il baratro si avvicini sembra che si preferisca alleviare i dolori del moribondo con un placebo piuttosto che cercare una cura che potrebbe salvarlo.
Forse un bravo psichiatra potrebbe spiegarci questo ostinato cupio dissolvi
Sussurri obliqui