venerdì 30 gennaio 2009

Lontano dagli occhi, lontano dalla mente: le zone morte degli oceani

Sto leggendo un libro, come spesso accade. Questa volta si tratta di "Il Mondo senza di noi" di Alan Weisman: ve lo consiglio (qui il sito ufficiale).
Leggendo verso pagina 144 mi imbatto in una storia allucinante che ruota attorno ad un nome: Vortice Subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Gyre).
Il North Pacific Gyre è una corrente a vortice circolare, che copre una superficie di quasi 34 milioni di kmq e che, a spire lente, tende verso una depressione centrale.
Detta così, per quanto sorprendente, questa notizia potrebbe non dire molto.
Ecco allora il secondo ingrediente alla storia: la plastica.
Forse alcuni di voi avranno già capito dove voglio arrivare, ma procedo con il ragionamento.
La plastica, nella maggior parte delle forse in cui la conosciamo (cioè contenitori di diverse forme e colori, e sacchetti), nasce come monomero cioè, detta in maniera un po' grezza, una parte elementare (o anche molecola elementare), che ha la proprietà di potersi comporre in maniera sequenziale con altre molecole identiche. A seguito di processi e lavorazioni per lo più termo-chimici, i monomeri di base vengono rielaborati e combinati fino ad ottenere le catene di polimeri (cioè costituite da più monomeri). Da qui nascono e si ottengono i cosiddetti chips (o nurdles), cilindretti di qualche millimetro di lunghezza e forse uno o due millimetri di diametro, di diversi colori, che vengono fusi e mischiati (talvolta anche con altri prodotti chimici), e quindi stampati o soffiati, per ottenere la moltitudine di oggetti ed oggettini che ben conosciamo.
La plastica è un composto estremamente stabile, quasi mai tossico (negli usi quotidiani comuni), e relativamente inodore. Non biodegrada ma fotodegrada. Questo significa che non esistono batteri in natura in grado di sintetizzarla (e quindi biodegradarla), ma perde qualità e proprietà (per esempio alcune plastiche infragiliscono notevolmente), per effetto di raggi ultravioletti (e quindi, si dice, fotodegrada).
Questa è una piccola introduzione sulle materie plastiche per arrivare al punto.
Ogni giorno, noi esseri umani, buttiamo migliaia di tonnellate di plastica in giro per il mondo, in maniera volontaria o involontaria.
Una moltitudine di oggetti di plastica viene, fra le altre cose, portato in giro dal vento, scaricato nelle fogne, cade nei fiumi e nei mari, si disperde nell'ambiente.
Ed ecco il collegamento con il North Pacific Gyre.
Molta plastica (per lo più sacchetti, tappi, contenitori), arriva al mare e, galleggiando, se ne va in giro per il mondo, talvolta arenandosi su qualche spiaggia (penso che tutti abbiamo avuto esperienza diretta di sporcizia sulle spiagge, magari qualche pezzo di polistirolo), talvolta incappando in qualche zona morta o vortice restandone intrappolata.
Ed ecco il punto.
Fin dagli anni '90 uomini come il capitano Charles Moore hanno iniziato percorsi di ricerca e monitoraggio di zone come il North Pacific Gyre, dove attualmente i detriti plastici coprono una superficie circa 4 milioni di kmq (quasi due volte il Texas) per una profondità complessiva di 30 metri.
Due cose da sottolineare.
La prima è che, nel fotodegradarsi, anche per effetto delle onde la plastica tende a sbriciolarsi. Ecco il perchè dei detriti più piccoli a profondità maggiori, con buona pace dei pesci e degli altri esseri viventi del mare che, per errori di valutazioni, hanno la malsana abitudine di ingoiare questi pezzetti trasparenti o colorati, finendo per morire di indigestione.
La seconda è che, in effetti, non dovremmo sentirci colpevoli più di tanto per questo schifo.
Perchè? per il fatto che, se "... nel 1975 la U.S. National Academy of Sciences aveva valutato che nel loro complesso le imbarcazioni oceaniche scaricavano nell'acqua ogni anno 5 milioni di chili di plastica ...", studi più recenti rivelavano che "... la sola flotta mercantile mondiale si sbarazzava allegramente di 639.000 contenitori di plastica ogni giorno ..." (cito direttamente da "Il Mondo senza di noi", Alan Weisman).

In internet, se avete la curiosità di approfondire, trovate un sacco di materiale.
Persino La Repubblica ne parla sporadicamente ed uno dei suoi ultimi articoli (per quel che ho visto anche l'unico), è apparso nell'Ottobre del 2007, nonostante, come detto, sia almeno dal 1997 che si sanno certe cose.
Perchè proprio il 1997? perchè nel 1997 il capitano Charles Moore, salpato da Honolulu, puntò direttamente verso il North Pacific Gyre e per una settimana intera navigò attraverso un mondo di plastica multiforme e multicolore nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico.
Niente male, no?!?

Questo il mio piccolo contributo alla cultura di massa che, ahimè, non ha modo di scoprire certe cose da giornali e/o televisione. Io stesso, prima di leggere il libro e di documentarmi in rete (scoprendo che la cosa è molto più spaventosa di quanto appaia nel libro, e che i cosiddetti Trash Vortex sono in effetti almeno due, uno al largo delle coste americane, ed uno al largo di quelle giapponesi), non sapevo nulla.

Saluti

10 commenti:

Blogger ha detto...

Ciao, interessante, lo leggo?
Lo leggerò, dai, lo chiedo il biblioteca, grazie per il consiglio.
Blogger

il monticiano ha detto...

In effetti questo è il punto: tu non vedi quindi non sai e non puoi sapere perchè chi è che t'informa efficacemente?
Non dico che ignoravo completamente l'argomento trattato nel post ma la descrizione che hai fatto mi ha aiutato a capire molto di più circa il grave poblema che pone la plastica.

andreacamporese ha detto...

So che non è bello e non si dovrebbe, ma diffondete queste notizie, magari con il link a questo intervento o ad altri, perchè credo sia giusto che la gente sappia dove va a finre certa "roba".
La società del consumismo ci ha abituati ad intendere la filiera dei prodotti da quando li compriamo a quando li buttiamo, ma c'è molto altro a monte e a valle.
Saluti

fabiopensiero ha detto...

Sono perfettamente d'accordo col commento che hai posto, inoltre il post è piuttosto curioso. Immaginavo vi fosse un problema di questo genere dati gli sforzi che stanno facendo certe aziende per passare alla plastica biologica, ma non che fosse in atto una tale attività di scarico nei mari.
Grazie per l'info mi documenterò e seguirò i tuoi sviluppi!

Stefania ha detto...

Leggo sempre Repubblica e conoscevo questa notizia ma mi ha colpito di più la frase"navigando una settimana in mezzo alla plastica"perchè se mi dici una cifra in tonnellate non riesco a quantificare visivamente ma se dici una settimana di navigazione caspita se fa impressione,un bell'esempio di divulgazione utile,qualcuno magari smette di comprare acqua minerale in bottiglie di plastica e altre cose inutili.

andreacamporese ha detto...

Sì, in effetti spesso e volentieri credo che le tematiche abientali, energetiche e politiche non raggiungano "l'elettorato" proprio per il modo in cui vengono divulgate.
Ricordo qualche anno fa il Referendum sulla procreazione assistita. Io ero assolutamente d'accordo, ma ricordo come la sinistra pubblicizzò in maniera tanto sbagliata e confusionaria li motivi del Sì, che alla fine ottenne l'effetto opposto al desiderato e vinse l'ottusa chiusura mentale del Vaticano.
Saluti

il Russo ha detto...

Ammetto che in questi termini la storia non la sapevo e, come Stefania, più delle cifre snocciolate, mi ha fatto impressione la descrizione della navigazione.
Ma qua la gente si lamenta pure se gli chiedono di differenziare la plastica dalla carta nei propri rifiuti...

andreacamporese ha detto...

Il punto, cari tutti, è che la plastica NON è riciclabile, se non in piccola parte.
Saluti

confinidiversi ha detto...

Sono foto agghiaccianti quelle che appaiono su google.images scrivendo "North Pacific Gyre".
sono senza parole.
E le lattine di metallo ci mettono 50 anni a decomporsi sott'acqua. Finirà che nasceranno istmi di immondizia...

Maraptica ha detto...

Avevo letto qualcosa circa un anno fà: http://www.sergejpinka.it/tag/north-pacific-gyre
Sconvolgente